Se mi permetto di scrivere di incontri è perché uno di questi ha segnato la mia infanzia: il bacio della statua di Maria con quella di Gesù nel giorno di Pasqua. Coreografico. Retrò e, per questo, estremamente significativo: è indizio che le tradizioni, quelle che segnano l’identità, vivono ancora.

Il 2014 vuole che incappi in
S’iscontra (così si chiama da noi) dopo diversi anni. Non era tra i buoni propositi dicembrini, ma mi vien comunque dato un ruolo da protagonista: vestire l’abito tradizionale per sostituire una
prioressa, fare la processione e poi messa. Ho provato, giuro, ad evitarla, ma accordi poco chiari con amiche molto fuori mi hanno portato dritto dritto in parrocchia. Vabbè.
Assistetti alla celebrazione della Pasqua per l’ultima volta 14 anni fa. Dovevo fare la cresima e mi toccava. Ovviamente avevo realizzato tempo prima la Non esistenza di Dio e l’ipocrisia che si cela dietro oro e incensi della Chiesa (due concetti diversi, ma che mi piace confondere per non illudermi mai). Dapprima entravo nella casa del Signore e semplicemente non ascoltavo. Domenica scorsa, invece, ho voluto osservare attentamente per rinfrescarmi la memoria. Le cose che odio? Sempre le stesse: i rituali, le frasi a memoria, le preghiere, la severità nei volti, il fiume di parole che passa per le orecchie ma mai per il cervello.
Tuttavia, non è per questo che ho sgranato gli occhi, alzato un sopracciglio e corrugato le labbra come a urlare bleah. Un altro particolare ha rinnovato la mia volontà di non andare a messa. Qualcosa per cui ho storto il naso verso la nazione a cui appartengo, il mondo in cui abito, l’era ermafrodita che vivo: