Ilaria Mariotti, 13 aprile 2014 - Il sabato mattina è giorno di mercato.
E io adoro andare per mercati.
Purtroppo però ho un problema serio:
odio la gente che spinge.
Di quelli che, in mezzo alla confusione
totale e alla ressa più folta che tu non riesci neanche a muoverti,
ti poggiano una mano o, i finti discreti, la punta delle dita sulla
schiena e spingono.
Per suggerirti di andare avanti,
ovviamente.
Grazie. No perché io ho
improvvisamente scordato come si fa, ti prego squarciami la schiena
bucami le costole e fammi separare le acque.
(Facendo filologia del mio disagio, il
trauma forse risale a tanti anni fa quando la mia dolce progenitrice
mi ha trascinato a visitare le catacombe nel periodo più sbagliato
dell'anno, cioè il giubileo. Quei cunicoli erano pieni di nonnetti
che c'avevano una gran fretta. Una in particolare mi spingeva con
insistenza. Notoriamente le catacombe sono ampi open space, loft
infiniti dove salutarsi di lontano, per questo la nonnetta voleva che
mi facessi più in là e scavalcassi la gente, perché lei sapeva che
oltre c'era un sacco di spazio.
Per me erano solo corridoi stretti in
cui si va dritto pe' dritto. Tant'è che mi sono spalmata in un
anfratto e le ho istericamente urlato "vada,
vadaaaaa!"
attirandomi l'odio suo e di tutti i presenti.
Che poi non so come ma all'uscita me la
sono ritrovata di nuovo dietro.)
Ho un altro problema serio, odio le
persone che per strada si fermano all'improvviso.
Di quelli che, per dare enfasi ai loro
discorsi, per sottolineare le pause, i respiri e cercare la giusta
illuminazione sul viso e il giusto pathos si fermano, preparano la
rivelazione e io evito lo scontro al pelo.
Il mercato è PIENO di questa gente. In
Grecia imparavo a contare in lingua (oltre che a classificare le
olive e acquistare chili di rucola perché buonissima), mentre a
Milano a conoscere nuovi animali.
Già, perché trovando rifugio dalle
spinte (il "vada,
vadaaaaa!" non sempre
funziona) nell'angolo del banchetto di rosticceria, ho assistito a
una conversazione davvero interessante.
Da Massimo offriva di tutto:
patatine fritte, chele di granchio, polli allo spiedo, tacchini
arrosto, anatre e pure faraone.
È
il turno di un asiatico che chiede al forse signor Massimo, in un
italiano incerto: "Scusi
qual è la differenza tra l'anatra e la faraona?"
E il forse signor Massimo, che da buon
milanese ossessionato dal lavoro mica può perdere tempo a star
dietro a simili disquisizioni, dice: "Eh,
la faraOna è come l'anatra però vOla."
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Cioè scusate, ma in che senso? Ma non
è più simile a un tacchino?
Sono rimasta confusa molto a lungo,
anche perché poi l'asiatico da buon uomo che vuol scoprire la natura
profonda delle cose, continua: "Ma
è sempre un chilo come l'anatra?"
E il forse signor Massimo: "No,
prima sì però. Cioè cruda era un chilo, cotta non più."
…........................................................
Fatto sta che l'asiatico, che
giustamente e come me del resto non c'ha capito niente, compra anatra
e faraona e si allontana scrollando il capo e valutando a mano il
peso delle buste per vedere se tutte e due facevano un chilo o meno.
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Chissà quali esseri mitologici
conoscerò il prossimo sabato. #DaMassimoforever
